chi urla senza voce può sputare
viaggi per tricicli cantata in si# per bottiglie e bicchieri
Prologo uno
La fragilità è l’equilibrio dei giusti
È pelle quella che si perde
in mille lucciole
tra il buio, l’afa e, le pieghe
sono spalle e cercano un punto mobile
un sito certo, una ferita di vero
il mio stato reale: uomo
cosa
animale
L’uomo calamita caccia farfalle
Con la rete di un polmone
E il femore di un ubriacone
trillano i grilli
son buoni da far scoppiare
spalmare d’invidia e poi mangiare
il saggio ha un figlio e disegna
elissi in bicicletta
il padre giallo di birra
suda tritolo e beve con essenza di mentolo
la buonanima del re farfalla urta la sponda
suonano i violini e il saggio
lo racconta
l’assenza di peli è in viaggio per mari
a mezza voce naufraga e riemerge e
sussurra
scappate sento puzza di legge.
Fiaba:
sarà un graffio
una favola con la morale
l’incesto dei corpi
parlerà del folletto della siepe
rivelerà tutta la sete:
vento che non sa piovere
api che saltano come grilli
vacche che impollinano fiori.
Il mare bollirà e il vulcano sarà lago
Il polso non batterà
non avrà un marciapiede
un fuoco, un pappone
Non sono di pizzi e merletti
Sono cartone bagnato:
mutevole, pieghevole, adagiato
sono l’insistere di un matto,
un ferro attorcigliato al collo:
impiccato.
Cristallo salato, lacrime,
ammetto:
sono solo sudato.
Ho visto grigio sporco
in ciuffi raccolti
li ho sentiti odorare
ho visto calze attorcigliate
disegnare finte vene
strana danza di polpacci senili
Ho visto corpetti sbottonarsi
o appuntarli con rigore
reverenza d’uomini panciuti
nascondere lardo
tra un nodo alla cravatta
e una cintura esausta
li ho visti scrutare
nei seni di donne attempate
loro:
le raggrinzite
li hanno mandati a cagare.
Ho visto altre lingue
colorare il nero
di un arrogante idioma
scintillare ogni battito di lingua
le ho viste sbirciare nei sentieri di mille parole
danzare nel fuoco di storie inventate
Occhi:
i miei chiusi
addormentati in una baia di cotone
Circe persa nel muro
è lenzuola bagnate sole abbondante
odore:
presente costante si spreca
Circe senza naso caccia le mosche
le ingoia soffocate di iodio in un affanno
pelle:
corteccia d’ulivo spina di cardo
Circe velluto da segnare carne da graffiare
fontana di sangue da spillare
Oggi non salto la molla è arrugginita
mi sbatto fuori casa a calci in culo
sfido l’albero a chi è più duro
la foglia fa frastuono scrocchio nell’aria
Io bevo e raschio il fondo
palla, spiga, uomo tondo
la fata sibilla tiene il tempo e barcolla
balla sul carbone come fosse in una bolla
sfumature multicolori
involucro precario
mi scivoli sapone sei il mio sudario
balla nuda mostrami il tuo fianco
sorridimi leggera mordimi uno stinco
raschio il fondo, nuoto sottosopra
solo io saliva amara la nebbia costa cara
Circolandia (l’altro mondo possibile)
Coriandoli stelline farfalle ad augurare
gli sberluccichii del vino: [ abbondante]
gli stracci danzano sconnessi
le donnole cinguettano bagnate
mentre l’acrobata salta la bottiglia
la rivolta sbatte e non si ripiglia
[ pagliacci]
A (senza virgolette)
Rinnega Stato e necessità
offendi la bandiera abroga la pietà
ruba e fotti per i serpenti affamati
ascolta l’allucinazione uccidi la distrazione
impreca il loro dio e onora il mio
disconosci mamma e papà
quest’atto li libererà
Exstremadura
(a Fabrizio De Andrè)
Nell’ora in cui il sole è forte
è lontano chi ti protegge
si è soggetti ad una strana legge
si popola la terra di loschi figuri
Il vecchio quattro zampe, caviglie gonfie
nasconde un ghigno tra altrettante smorfie
tra bastoni antichi o gengive callose
per squagliare carne in cantine odorose
mastica e passeggia nel girone di un’attesa
mastica e le rughe gli muovono il cappello
mastica montagne agl’occhi
macina ruggine ai ginocchi
il fratello di Franco piccolo italiano
mima la garrotta con tre dita della mano
in un attimo di gloria
che non è gloria di campo
ma dell’uomo contro l’uomo
guardano i suoi occhi un orizzonte finito
per spiegarmi un piacere indefinito
rompe il silenzio, implora di gridare
perché non sente, non gli basta guardare
nel villaggio ospizio s' incrociano passanti
come nel vai e vieni di una conta programmata
mandata in differita a metà giornata
prega il prete intercede nel perdono
piegato alla sua panca s'inganna e ti condanna
opaco il giallino alle vetrate
leggi le leggi, dice, laudate
pentiti e peccatore stanno sul suo naso
e chiedono licenza
tanto il giudice canterà l’indulgenza
prega prete per chi vende la storia
per noi storditi che perdiamo la memoria
prega per lo zoppo dal passo svelto e l’occhio lesso
prega per le vacche che rimbombano campane
per il toro pericoloso nell’immaginario del goloso
punisci la donnina che ti guarda inumidita
e si provoca un amplesso con la punta delle dita
punisci ciò che turgido nascondi
punisci il depravato che confondi
tra la tunica a campana
che diverge per il colore da quello della puttana
chirjeleison uomo nero esci dalla pietra
vestiti di bestia e scodinzola il pudore
che ad avvicinarci a dio è solo il dolore
Villa S. Giovanni
Notte l’ultima passata
d’urla, gemiti è impastata
una sincope di giorni stretti a pelle
un gomitolo di ruggine gettato alle spalle
il mio viso riflesso nel vetro
mi fa un cenno e dice torna indietro
sei il nocciolo di un frutto
stai alla birra come un rutto
sei la torba e il nostro vino
l’occhio ubriaco
che raddoppia il comodino
giallo trascinato inizio la mattina
sguardo nero bruciato, marinaio
[fascino della banchina]
il mio alito ha l’odore dei vizi serali
il tuo umore bestemmie e grida di portuali
sei il nocciolo di un frutto
stai alla birra come un rutto
sei la torba e il nostro vino
l’occhio ubriaco
che raddoppia il comodino
labbra strette al morso del sospetto
unghie nude sul dorso
mi squarciano fino al petto
una finestra che rimbomba
del tempo è la scansione
siamo pagliacci vestiti a nozze per l’occasione
carogne
C’è frastuono: non sentire
batti ferro su ferro
fai scintille di metallo
irrompi fuocherello nascondimi per poco
c’è frastuono come Certe musiche
caotico come certi ghigni
è rumore
nasconde epoche
nuove ossessioni ci percorrono
non posso farne a meno le ribattezza buone
corrono le epoche nuove ossessioni
ci percorrono,
tatuano indecenze
effetti desiderati del regresso
progresso è l’industria delle vacche.
Fai frastuono che rotola e sbatte la mia epoca
rotola e si leviga su chi disperato arranca
Segnali di vita
tra le pagine di un ipotetico
diario di bordo
rievoco glorie passate
orgasmi sotterranei
rare speranze
le pagine colte
si sprecano in piroette
la donnina struscia il culo
il clone, il manico
e si nasconde dietro la sua pudicizia
lingue, cerniere, gemiti
luna cianotica
piena ma cianotica
a Patrizia
Cinico indugiare di cielo
conferma che non sei
polvere ossidata
erosione d'esistenze sbagliate
perpetuo arretrare siamo
premeditati nell’azzerare
ti scovi soffiare in mille foglie
suonare margherite per non sentire
espiazione vegetale aneddoto antimonotonia
in culo ai venti improvvisi
ti vidi cucire collane di mare
bucare e infilare in scheletri essiccati
alzasti i tuoi doni al cielo
al cinico indugiare di cielo
al confuso mormorare degli anni
all’infinito specchiarsi
all’inevitabile arretrare
Manicomi, dormitori e altri luoghi di sosta
Prologo due
….Ma, a chi urla senza voce è permesso sputare
Sassi neri
(a Paola cui dico di farsele amiche)
Dolce rotolare di superfici levigate
procedono sfiorandosi in ambiente sottovuoto
facile udire clamore d’anime in viaggi
suoni di fiati corti affanni di vita
il mento increspa disegna solchi profondi
celebrando il piacere di un orgasmo
che parte violento dalle mie vertebre
per affacciarsi sorridente dai tuoi occhi
pigro svogliato circolare d’anime recluse
regala dolore passeggero
schiuma malinconica e onde salate
impronte di creta che invocano
risposte chiare
Una senzatetto
I tumulti si sopiscono con la pietra
in riva al lago agata le prepara con la creta
impastando con cristalli di sudore
trasforma la materia
e non è un gioco è cosa seria
Neve a s[q]uola
Spenti come un’ansia
non fa fare 1+3
ostinati nel chiederci come
spenti come una benzina
interrogare l’anima
di buoni spropositi
spenti nell’unico luogo comune
anticamere affollate
d’aliti ed odori
improvvisamente gelati
del bianco di un’improbabile neve
schiamazzano agitandosi
i rudi di domani
Foglia gigante produce un sospiro
un odore improvviso permette il delirio
delirio è staccarsi, rovesciarsi col corpo
liberarsi in avanti non spendere fiato
delirio è l’uscita che canta la gioia
il mezzo che distingue
giustizia che chiede sangue
Infondo al corridoio incroci
chi pratica la dignità
e nel recinto chi ci difende
da loro
a quello opposto i finti martiri
che li tengono in custodia
infondo al corridoio rivendicano
gridano la verità che è il contrario
tacciono i custodi detriti dell’onda prepotente
che ha il peso della piuma per chi i colpi non sente
Occhi neri
nocciole mature
tolte da tempo
tasciate imbrunire
tradiscono vergogna
in fibre prossime al callo
dita minute scorrono la corda
abili nello stupore della nota,
rovere o ciliegio
gracchiano giganti sul collo acerbo
occhi neri dicono di fissarti
ma spulciano la litania:
Mozart, Bach, Rimsky
dolce penetrante in scarna ascesa
il brano minimalista in onore
dei ratti
lungomare
L’allegria dei villeggianti si compra.
Geografie umane
Prologo tre
Farsi più sottili, percepire tutto anche ciò che non si farebbe ascoltare mai
Vicinanze
Non cercarmi scavando la sabbia
piuttosto nel vento che la trascina
in un granello qualunque:
minerale incolore
pietra caduta in acqua gelata
fredda che spacca la neve
respiralo sniffalo desidero, ho
mi calma il calore
una specie d’odore
Vicinanze #
Cerchi risposte in stupidi segni
concetti improvvisi d’altrui proprietà
travesti parola, le trucchi di lingue
nel buio c’è chi le distingue.
cerchi risposte o rifiuti domande ?
fragilità il tuo equilibrio
trapezio comodo di un acrobata zoppo
Distanze
Stupisce l’ombra di campane
la vedi la senti
è acido che dissolve per il neutro
di uno sguardo
sei tu che continui
nell’eterno gioco del nascondino
Vicinanze # #
Siamo preda di facili cadute
vittime d’afe soffocanti
cibo come carni
siamo loschi pensieri travestiti
umori sudaticci
appiccicati come resina
a questo esistere da bomboniere
siamo preda di facili paure
porzioni di corpo
lucciole deboli
calzini bucati, stoffa rammendata
Ballata in si #
Credevamo potesse schiarire l’ombra di campane
credevamo amore diverso da chi
da che cosa?
ingenui fummo complici
prima e seconda voce di un canto infinito
mattina
Acqua filtra che fa muffa
allegria quest’alba
digiuno d’ombra, aloni scuri
fame di voli nebulizzano
microbi di paranoia
rischiaro
mi abbandono aggrappandomi all’onda
allucinazione di carta stagnola
che scricchiola al buio
senso
Sei un acino fragile minacciato dal vento
come lumaca in balia di un passo
sei il soffio incessante
sei la madre del mio ozio
il riposo del corpo
sei il battito che non ho più
Racconterai indurita
mentre un capello lucido
riconta le dita
ti darai al freddo del mare
supererai la crepa e il dolore
stenderai le tue labbra
all’eco di un nuovo odore
fusione è la cura
il tempo che impazza nel viso
l’oblio di un sorriso
lucido ruberà tempo a contarti i capelli
inchinati ai petali
vomita serenità
il tuo modo d’esistere
ciò che non riesco ad essere
timidità è la cura
la smorfia di buono
che finge d’essere pura
cadrai in una lacrima
asciugandoti di sabbia
perché l’amore è lacrime non sudore
non ha pudore
pazienza quella che non ho
quella che cura la fame di un cane
rovista nel sacco elogia i rifiuti
perché a lui son graditi
dimenticherai il tempo in cui cacciavi l’inetto
venderai il tuo viso in cambio di un letto
caccerai il randagio con abluzioni di riso
riderai piangerai più o meno avrai deciso
scoverai diamanti brillare alla luce
li consumerai in un coito veloce
ansimerai e penserai: mi è dovuto.
Divisi l’acqua scorre addosso
entra tra le crepe di questo nido scontato
divisi ti bagna lo zigomo
se lo lecchi è salato
divisi ti entra nei muri
balla in un pensiero
è acaro di tappeto spazzato via
divisi è il cielo, l’immenso orizzonte
chilometri di niente
in cui il corpo supplica la mente
divisi è una stanza blindata
calci pugni e non puoi scappare
divisi è il laccio che non lascia gridare
divisi rimbocca le coperte, stende la tela
prepara l’assenza
È un pensiero che cerca
la logica è che ognuno salva sé
il presente è l’opposto dello spazio
del tempo consumato
è cambiato il vento.
il fine è scivolare, navigare indolore
come se fosse un errore
si fissa il resto con occhi dispari
il desiderio è confuso: egoista.
Cellule: finta carne,
bit incastonati sottopelle,
refrigerano l’arsura
incastri alcolici,
contratti
in aliti viziati,
sfiorano i ventri con piglio aggressivo
cellule: finta carne,
bit intransigenti,
ritornano all’asettico respiro
Urti violenti
Preconcetti farciti d’incostanza
cadono nel vimini della nullità
aggredisci.
violenta la stasi
del nostro essere troppo
Ma non c’è un motivo
Mi perdo in quel ruvido umore:
ne grondo per l’eccesso
mi guardi e desideri
che il tono non sia stinto
ci perdiamo nell’abituale dolore
di chi supino barcolla
nell’umido di una folla
Rivoltato mi desta:
In un respiro sospeso
Incredulo
schiavo della creazione
una calma decente
nutre i nuovi giorni,
una transumanza perenne
che debutta col pelo
copre ogni lembo
di carne virile
eccessivo poi scarno
in pose ergonomiche
rivoltato mi desto:
scuotetemi quando è ora
I più
Cadono tra foglie secche
o nubi di colore
tra un inchino e uno sputo
barattando sudore in cambio di
praticità
Soffi di vento
urti dell’anima, urti violenti
considerazioni fasulle
di TG perversi
verità voglio verità
violenta come la stella
nei tuoi occhi
bastarda come la brezza d’ottobre
e le stelle sono tonde
regalami buio che non penetra
buio che capotta
ti voglio senza imperativi
senza TG
solo in visita al pensiero
quello astratto però
Doppio salto mortale con avvitamento
Capriola: sono sulla terra?
Se ci sono
tu sei lì
ad aspettare l’ultimo
inquieto rotolare
ci saremo
in tutto il nostro essere
incessantemente fuori dal mondo
Ciao Milano
Vomitato ho l’ultimo rigurgito
polverizzato l’ultimo pranzo liofilizzato
che fa guadagnare tempo
digerito ho, l’ultimo pranzo liofilizzato
polverizzato l’ultimo ricordo di te
così fuori dal mio tempo
così interna ad ogni rievocazione
dell’anima
che chiede ai sensi
di percepire tutto
anche ciò che non si farebbe
ascoltare mai
29 5 04
Calcinacci tu ed io
la polvere ci sommerge
non ci salvano le foglie
le pagine ci rifiutano
ci dissetiamo con l’olezzo del buio
spalmandoci d’unguento che distingue
rendendo tutto un istante che langue
Marche 2005
La terra salta tormentata dalla lama
paesaggio che muta forma
gronda di sudore
nel campo in cui danza il mio pudore
le rughe sono solchi
letture elementari
gobbe sull’oro spigano la fame
Muso puntato a nord
io paralizzato ignoro nudità
assillante frastuono semantico
passeggia ad ottanta all’ora
decisamente lento per ciò che scorre
irrequieto in me.
Prurito sfreccia nella terza corsia
di viscere irritate
ulcere nascoste che tornano a bruciare.
Ho freddo
io paralizzato ignoro nudità
gelo…
ma quest’ulcera mi scalda.
Innumerevoli mutazioni di corpi
prudenti metamorfosi di sguardi
una cancella odori
l’altra cela colori
precipitando amano abbandonarsi
in involucri più comodi
immediato il sollievo
celato il dolora
perché prurito è il dolore
strofinare di unghie su aridità di carni
è il dolore
scuote internamente
l’assurdo borbottare
di donnine ricurve
spiazza il respiro vederle
arretrare di un dio
poi tutto condotto ad eccesso in me
perché prurito è il dolore
strofinare di unghie su aridità di carni
è il dolore.
“La fragilità è l’equilibrio dei giusti”
“reprise”
Finito di scrivere(forse) nell’agosto 05
venerdì 28 settembre 2007
Iscriviti a:
Commenti (Atom)