venerdì 28 settembre 2007

stroborivolte

chi urla senza voce può sputare

viaggi per tricicli cantata in si# per bottiglie e bicchieri



Prologo uno

La fragilità è l’equilibrio dei giusti





È pelle quella che si perde
in mille lucciole
tra il buio, l’afa e, le pieghe
sono spalle e cercano un punto mobile
un sito certo, una ferita di vero
il mio stato reale: uomo
cosa
animale







L’uomo calamita caccia farfalle
Con la rete di un polmone
E il femore di un ubriacone
trillano i grilli
son buoni da far scoppiare
spalmare d’invidia e poi mangiare

il saggio ha un figlio e disegna
elissi in bicicletta
il padre giallo di birra
suda tritolo e beve con essenza di mentolo

la buonanima del re farfalla urta la sponda
suonano i violini e il saggio
lo racconta

l’assenza di peli è in viaggio per mari
a mezza voce naufraga e riemerge e
sussurra
scappate sento puzza di legge.





Fiaba:
sarà un graffio
una favola con la morale
l’incesto dei corpi

parlerà del folletto della siepe
rivelerà tutta la sete:
vento che non sa piovere
api che saltano come grilli
vacche che impollinano fiori.

Il mare bollirà e il vulcano sarà lago
Il polso non batterà
non avrà un marciapiede
un fuoco, un pappone




Non sono di pizzi e merletti
Sono cartone bagnato:
mutevole, pieghevole, adagiato

sono l’insistere di un matto,
un ferro attorcigliato al collo:
impiccato.

Cristallo salato, lacrime,
ammetto:
sono solo sudato.





Ho visto grigio sporco
in ciuffi raccolti
li ho sentiti odorare
ho visto calze attorcigliate
disegnare finte vene
strana danza di polpacci senili

Ho visto corpetti sbottonarsi
o appuntarli con rigore
reverenza d’uomini panciuti
nascondere lardo
tra un nodo alla cravatta
e una cintura esausta

li ho visti scrutare
nei seni di donne attempate
loro:
le raggrinzite
li hanno mandati a cagare.

Ho visto altre lingue
colorare il nero
di un arrogante idioma
scintillare ogni battito di lingua
le ho viste sbirciare nei sentieri di mille parole
danzare nel fuoco di storie inventate




Occhi:
i miei chiusi
addormentati in una baia di cotone
Circe persa nel muro
è lenzuola bagnate sole abbondante

odore:
presente costante si spreca
Circe senza naso caccia le mosche
le ingoia soffocate di iodio in un affanno

pelle:
corteccia d’ulivo spina di cardo
Circe velluto da segnare carne da graffiare
fontana di sangue da spillare






Oggi non salto la molla è arrugginita
mi sbatto fuori casa a calci in culo
sfido l’albero a chi è più duro

la foglia fa frastuono scrocchio nell’aria
Io bevo e raschio il fondo
palla, spiga, uomo tondo

la fata sibilla tiene il tempo e barcolla
balla sul carbone come fosse in una bolla

sfumature multicolori
involucro precario
mi scivoli sapone sei il mio sudario

balla nuda mostrami il tuo fianco
sorridimi leggera mordimi uno stinco
raschio il fondo, nuoto sottosopra
solo io saliva amara la nebbia costa cara





Circolandia (l’altro mondo possibile)

Coriandoli stelline farfalle ad augurare
gli sberluccichii del vino: [ abbondante]

gli stracci danzano sconnessi
le donnole cinguettano bagnate
mentre l’acrobata salta la bottiglia
la rivolta sbatte e non si ripiglia
[ pagliacci]






A (senza virgolette)

Rinnega Stato e necessità
offendi la bandiera abroga la pietà

ruba e fotti per i serpenti affamati

ascolta l’allucinazione uccidi la distrazione
impreca il loro dio e onora il mio

disconosci mamma e papà
quest’atto li libererà






Exstremadura
(a Fabrizio De Andrè)


Nell’ora in cui il sole è forte
è lontano chi ti protegge
si è soggetti ad una strana legge

si popola la terra di loschi figuri
Il vecchio quattro zampe, caviglie gonfie
nasconde un ghigno tra altrettante smorfie

tra bastoni antichi o gengive callose
per squagliare carne in cantine odorose
mastica e passeggia nel girone di un’attesa

mastica e le rughe gli muovono il cappello
mastica montagne agl’occhi
macina ruggine ai ginocchi

il fratello di Franco piccolo italiano
mima la garrotta con tre dita della mano
in un attimo di gloria
che non è gloria di campo
ma dell’uomo contro l’uomo

guardano i suoi occhi un orizzonte finito
per spiegarmi un piacere indefinito
rompe il silenzio, implora di gridare
perché non sente, non gli basta guardare

nel villaggio ospizio s' incrociano passanti
come nel vai e vieni di una conta programmata
mandata in differita a metà giornata
prega il prete intercede nel perdono
piegato alla sua panca s'inganna e ti condanna
opaco il giallino alle vetrate
leggi le leggi, dice, laudate

pentiti e peccatore stanno sul suo naso
e chiedono licenza
tanto il giudice canterà l’indulgenza

prega prete per chi vende la storia
per noi storditi che perdiamo la memoria
prega per lo zoppo dal passo svelto e l’occhio lesso

prega per le vacche che rimbombano campane
per il toro pericoloso nell’immaginario del goloso

punisci la donnina che ti guarda inumidita
e si provoca un amplesso con la punta delle dita
punisci ciò che turgido nascondi
punisci il depravato che confondi
tra la tunica a campana
che diverge per il colore da quello della puttana

chirjeleison uomo nero esci dalla pietra
vestiti di bestia e scodinzola il pudore
che ad avvicinarci a dio è solo il dolore





Villa S. Giovanni

Notte l’ultima passata
d’urla, gemiti è impastata
una sincope di giorni stretti a pelle
un gomitolo di ruggine gettato alle spalle
il mio viso riflesso nel vetro
mi fa un cenno e dice torna indietro

sei il nocciolo di un frutto
stai alla birra come un rutto
sei la torba e il nostro vino
l’occhio ubriaco
che raddoppia il comodino

giallo trascinato inizio la mattina
sguardo nero bruciato, marinaio
[fascino della banchina]
il mio alito ha l’odore dei vizi serali
il tuo umore bestemmie e grida di portuali

sei il nocciolo di un frutto
stai alla birra come un rutto
sei la torba e il nostro vino
l’occhio ubriaco
che raddoppia il comodino

labbra strette al morso del sospetto
unghie nude sul dorso
mi squarciano fino al petto
una finestra che rimbomba
del tempo è la scansione
siamo pagliacci vestiti a nozze per l’occasione



carogne

C’è frastuono: non sentire
batti ferro su ferro
fai scintille di metallo
irrompi fuocherello nascondimi per poco

c’è frastuono come Certe musiche
caotico come certi ghigni
è rumore
nasconde epoche
nuove ossessioni ci percorrono
non posso farne a meno le ribattezza buone

corrono le epoche nuove ossessioni
ci percorrono,
tatuano indecenze
effetti desiderati del regresso

progresso è l’industria delle vacche.

Fai frastuono che rotola e sbatte la mia epoca
rotola e si leviga su chi disperato arranca





Segnali di vita
tra le pagine di un ipotetico
diario di bordo
rievoco glorie passate
orgasmi sotterranei
rare speranze

le pagine colte
si sprecano in piroette
la donnina struscia il culo
il clone, il manico
e si nasconde dietro la sua pudicizia

lingue, cerniere, gemiti
luna cianotica
piena ma cianotica






a Patrizia


Cinico indugiare di cielo
conferma che non sei

polvere ossidata
erosione d'esistenze sbagliate
perpetuo arretrare siamo
premeditati nell’azzerare

ti scovi soffiare in mille foglie
suonare margherite per non sentire
espiazione vegetale aneddoto antimonotonia
in culo ai venti improvvisi

ti vidi cucire collane di mare
bucare e infilare in scheletri essiccati
alzasti i tuoi doni al cielo
al cinico indugiare di cielo
al confuso mormorare degli anni
all’infinito specchiarsi
all’inevitabile arretrare






Manicomi, dormitori e altri luoghi di sosta


Prologo due
….Ma, a chi urla senza voce è permesso sputare




Sassi neri
(a Paola cui dico di farsele amiche)



Dolce rotolare di superfici levigate
procedono sfiorandosi in ambiente sottovuoto
facile udire clamore d’anime in viaggi
suoni di fiati corti affanni di vita

il mento increspa disegna solchi profondi
celebrando il piacere di un orgasmo
che parte violento dalle mie vertebre
per affacciarsi sorridente dai tuoi occhi

pigro svogliato circolare d’anime recluse
regala dolore passeggero
schiuma malinconica e onde salate
impronte di creta che invocano
risposte chiare




Una senzatetto

I tumulti si sopiscono con la pietra
in riva al lago agata le prepara con la creta
impastando con cristalli di sudore
trasforma la materia
e non è un gioco è cosa seria





Neve a s[q]uola

Spenti come un’ansia
non fa fare 1+3
ostinati nel chiederci come

spenti come una benzina
interrogare l’anima
di buoni spropositi

spenti nell’unico luogo comune
anticamere affollate
d’aliti ed odori

improvvisamente gelati
del bianco di un’improbabile neve
schiamazzano agitandosi
i rudi di domani




Foglia gigante produce un sospiro
un odore improvviso permette il delirio

delirio è staccarsi, rovesciarsi col corpo
liberarsi in avanti non spendere fiato

delirio è l’uscita che canta la gioia
il mezzo che distingue
giustizia che chiede sangue






Infondo al corridoio incroci
chi pratica la dignità
e nel recinto chi ci difende
da loro
a quello opposto i finti martiri
che li tengono in custodia
infondo al corridoio rivendicano
gridano la verità che è il contrario
tacciono i custodi detriti dell’onda prepotente
che ha il peso della piuma per chi i colpi non sente








Occhi neri
nocciole mature
tolte da tempo
tasciate imbrunire
tradiscono vergogna
in fibre prossime al callo

dita minute scorrono la corda
abili nello stupore della nota,
rovere o ciliegio
gracchiano giganti sul collo acerbo

occhi neri dicono di fissarti
ma spulciano la litania:
Mozart, Bach, Rimsky

dolce penetrante in scarna ascesa
il brano minimalista in onore
dei ratti





lungomare

L’allegria dei villeggianti si compra.







Geografie umane

Prologo tre
Farsi più sottili, percepire tutto anche ciò che non si farebbe ascoltare mai





Vicinanze

Non cercarmi scavando la sabbia
piuttosto nel vento che la trascina
in un granello qualunque:
minerale incolore
pietra caduta in acqua gelata
fredda che spacca la neve
respiralo sniffalo desidero, ho
mi calma il calore
una specie d’odore





Vicinanze #

Cerchi risposte in stupidi segni
concetti improvvisi d’altrui proprietà
travesti parola, le trucchi di lingue
nel buio c’è chi le distingue.
cerchi risposte o rifiuti domande ?
fragilità il tuo equilibrio
trapezio comodo di un acrobata zoppo





Distanze

Stupisce l’ombra di campane
la vedi la senti
è acido che dissolve per il neutro
di uno sguardo
sei tu che continui
nell’eterno gioco del nascondino





Vicinanze # #

Siamo preda di facili cadute
vittime d’afe soffocanti
cibo come carni

siamo loschi pensieri travestiti
umori sudaticci
appiccicati come resina
a questo esistere da bomboniere

siamo preda di facili paure
porzioni di corpo
lucciole deboli
calzini bucati, stoffa rammendata




Ballata in si #


Credevamo potesse schiarire l’ombra di campane
credevamo amore diverso da chi
da che cosa?
ingenui fummo complici
prima e seconda voce di un canto infinito



mattina

Acqua filtra che fa muffa
allegria quest’alba
digiuno d’ombra, aloni scuri

fame di voli nebulizzano
microbi di paranoia
rischiaro

mi abbandono aggrappandomi all’onda
allucinazione di carta stagnola
che scricchiola al buio




senso

Sei un acino fragile minacciato dal vento
come lumaca in balia di un passo
sei il soffio incessante
sei la madre del mio ozio
il riposo del corpo
sei il battito che non ho più




Racconterai indurita
mentre un capello lucido
riconta le dita
ti darai al freddo del mare
supererai la crepa e il dolore
stenderai le tue labbra
all’eco di un nuovo odore

fusione è la cura
il tempo che impazza nel viso
l’oblio di un sorriso

lucido ruberà tempo a contarti i capelli
inchinati ai petali
vomita serenità
il tuo modo d’esistere
ciò che non riesco ad essere

timidità è la cura
la smorfia di buono
che finge d’essere pura

cadrai in una lacrima
asciugandoti di sabbia
perché l’amore è lacrime non sudore
non ha pudore

pazienza quella che non ho
quella che cura la fame di un cane
rovista nel sacco elogia i rifiuti
perché a lui son graditi

dimenticherai il tempo in cui cacciavi l’inetto
venderai il tuo viso in cambio di un letto
caccerai il randagio con abluzioni di riso
riderai piangerai più o meno avrai deciso
scoverai diamanti brillare alla luce
li consumerai in un coito veloce

ansimerai e penserai: mi è dovuto.



Divisi l’acqua scorre addosso
entra tra le crepe di questo nido scontato
divisi ti bagna lo zigomo
se lo lecchi è salato

divisi ti entra nei muri
balla in un pensiero
è acaro di tappeto spazzato via

divisi è il cielo, l’immenso orizzonte
chilometri di niente
in cui il corpo supplica la mente

divisi è una stanza blindata
calci pugni e non puoi scappare
divisi è il laccio che non lascia gridare

divisi rimbocca le coperte, stende la tela
prepara l’assenza
È un pensiero che cerca




la logica è che ognuno salva sé
il presente è l’opposto dello spazio
del tempo consumato
è cambiato il vento.

il fine è scivolare, navigare indolore
come se fosse un errore

si fissa il resto con occhi dispari
il desiderio è confuso: egoista.





Cellule: finta carne,
bit incastonati sottopelle,
refrigerano l’arsura

incastri alcolici,
contratti
in aliti viziati,
sfiorano i ventri con piglio aggressivo

cellule: finta carne,
bit intransigenti,
ritornano all’asettico respiro





Urti violenti

Preconcetti farciti d’incostanza
cadono nel vimini della nullità
aggredisci.
violenta la stasi
del nostro essere troppo




Ma non c’è un motivo

Mi perdo in quel ruvido umore:
ne grondo per l’eccesso

mi guardi e desideri
che il tono non sia stinto

ci perdiamo nell’abituale dolore
di chi supino barcolla
nell’umido di una folla





Rivoltato mi desta:
In un respiro sospeso
Incredulo
schiavo della creazione

una calma decente
nutre i nuovi giorni,
una transumanza perenne
che debutta col pelo

copre ogni lembo
di carne virile
eccessivo poi scarno
in pose ergonomiche

rivoltato mi desto:
scuotetemi quando è ora



I più

Cadono tra foglie secche
o nubi di colore
tra un inchino e uno sputo
barattando sudore in cambio di
praticità



Soffi di vento
urti dell’anima, urti violenti
considerazioni fasulle
di TG perversi

verità voglio verità
violenta come la stella
nei tuoi occhi

bastarda come la brezza d’ottobre
e le stelle sono tonde

regalami buio che non penetra
buio che capotta

ti voglio senza imperativi
senza TG
solo in visita al pensiero
quello astratto però





Doppio salto mortale con avvitamento

Capriola: sono sulla terra?
Se ci sono
tu sei lì
ad aspettare l’ultimo
inquieto rotolare
ci saremo
in tutto il nostro essere
incessantemente fuori dal mondo




Ciao Milano

Vomitato ho l’ultimo rigurgito
polverizzato l’ultimo pranzo liofilizzato
che fa guadagnare tempo

digerito ho, l’ultimo pranzo liofilizzato
polverizzato l’ultimo ricordo di te
così fuori dal mio tempo
così interna ad ogni rievocazione
dell’anima
che chiede ai sensi
di percepire tutto
anche ciò che non si farebbe
ascoltare mai





29 5 04

Calcinacci tu ed io
la polvere ci sommerge
non ci salvano le foglie
le pagine ci rifiutano
ci dissetiamo con l’olezzo del buio
spalmandoci d’unguento che distingue
rendendo tutto un istante che langue




Marche 2005

La terra salta tormentata dalla lama
paesaggio che muta forma
gronda di sudore
nel campo in cui danza il mio pudore

le rughe sono solchi
letture elementari
gobbe sull’oro spigano la fame







Muso puntato a nord
io paralizzato ignoro nudità
assillante frastuono semantico
passeggia ad ottanta all’ora
decisamente lento per ciò che scorre
irrequieto in me.

Prurito sfreccia nella terza corsia
di viscere irritate
ulcere nascoste che tornano a bruciare.

Ho freddo
io paralizzato ignoro nudità
gelo…
ma quest’ulcera mi scalda.





Innumerevoli mutazioni di corpi
prudenti metamorfosi di sguardi
una cancella odori
l’altra cela colori
precipitando amano abbandonarsi
in involucri più comodi

immediato il sollievo
celato il dolora
perché prurito è il dolore
strofinare di unghie su aridità di carni
è il dolore

scuote internamente
l’assurdo borbottare
di donnine ricurve
spiazza il respiro vederle
arretrare di un dio

poi tutto condotto ad eccesso in me
perché prurito è il dolore
strofinare di unghie su aridità di carni
è il dolore.




“La fragilità è l’equilibrio dei giusti”
“reprise”






Finito di scrivere(forse) nell’agosto 05